Come si finanzia una startup?

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http://italianvalley.wired.it/news/2013/06/12/investimenti-startup-427859.html

Come si finanzia una startup?

Il tema è stato dibattuto ieri durante un evento al EnLabs e Wired.it ha raccolto consigli per investitori e startupper

di Silvio Gulizia

Il finanziamento di una startup è un tema da affrontare da due punti di vista: quello dell’ investitore e quello dello startupper. Come deve essre una startup per ambire a essere finanziata? Le aziende preferite dagli investitori, se parliamo di seed, sono quelle ” con un’idea già ampiamente sviluppata e un team che conosce bene la lingua dei venture capitalist”, ha spiegato ieri Jonathan Donadonibus, responsabile dell’osservatorio Venture Capital Monitor (VeMTM), durante un incontro su Come si finanzia una startup tenutosi presso la nuova sede di EnLabs a Roma.

Una caratteristica che contraddistingue le startup investite è la presenza di un brevetto, anche se non è questo che ne determina il finanziamento. Donadonibus ha però sottolineato che non c’è un vero e proprio profilo di startup finanziabile. Antonia Verna, socio dello studio legale Portolano Cavallo, operativo con startup e venture, ha provato a delineare la struttura della miglior Srl innovativa, caratterizzata da ” categorie di quote diverse per i soci fondatori, da una parte, e gli altri che interverranno nel capitale azionario dall’altra, con diritti di voto, patrimoniali e di trasferibilità parametrati sull’impegno dell’investitore”. Quando si cercano investitori è inoltre necessario tenere presente che questi prima o poi vorrano uscire (e monetizzare) e quindi rendere semplice questa operazione consente di aver maggior appeal. ” In Italia un investitore esce mediamente da una startup in cinque anni perché è difficile farlo prima”, ha spiegato Donadonibus.

Per le startup in cerca di finanziamenti è fondamentale tenere presente come sta cambiando il mercato. Infatti i principali investitori stanno realizzando sempre più seed piuttosto che finanziamenti di startup già avviate. Nel 2012 l’ investimento medio in Italia è stato di 800mila euro per circa il 30% della società investite, solitamente nel ramo dell’Ict, con sette dipendenti e un milione di euro di ricavi. Due anni fa l’investimento medio era di 2,7 milioni di euro, ma il 60% delle operazioni era destinato a startup già sviluppate e il 40% a seed. Le proporzioni ora si sono invertite, anche per l’avvicinamento di sempre più angel a questo mondo. Luigi Capello, fondatore di LVenture, ha però sottolineato che ” le risorse diventano fondamentali quando si è pronti per scalare il mercato internazionale“, non certo all’inizio.

Con il decreto Passera, ha aggiunto Capello, c’è un modo nuovo e forse più utile di cercare investimenti: i convertible notes, prestiti convertibili che non necessitano di una valutazione economica della startup. ” Attraverso questo strumento è possibile accorciare i tempi di raccolta degli investimenti, passando da mesi a giorni”.

Nel decreto ci sono diverse novità che potrebbero interessare le startup, come le opzioni media for equity e work for equity. Nel primo caso si tratta di pubblicità in cambio di azioni ed è una formula già digerita dal mercato, per esempio da Mediaset. Per quanto riguarda il work for equity invece Verna ha spiegato che non si tratta di una strada percorribile da tutti. La società infatti deve essere una startup innovativa già costituita e anche nella nuova formula non è possibile fondare una società senza versare almeno 2.500 dei 10 mila euro di capitale richiesti. Va poi notato che per i primi quattro anni la startup non potrà distribuire utili.

Il decreto offre diverse opportunità, ha sottolineato Verna: ” La legge prevede nuovi strumenti, ma non li disciplina. Bisogna essere un po’ creativi“. Ecco quindi che si può pensare, da parte degli investitori, a veicoli societari di investimento costruiti ad hoc, creando SPA in cui aggregare altre persone che vogliono investire, ma non essere direttamente coinvolte nella gestione del fondo. Da parte degli startupper si può invece lavorare a strumenti finanziari partecipativi, ossia progetti in cui gli utenti possono investire, acquistando prodotti, e partecipare alla divisione degli utili, ma non entrando a far parte della società.

Si tratta di qualcosa di simile al crowdfunding. Le limitazioni che la Consob potrebbe inserire per questo tipo di finanziamenti, ha spiegato Raffaele Oriani, docente dell’università Luiss, lo rendono al momento uno strumento dell’ incerto futuro, in particolare per la richista alle startup che ne vogliano fruire di aver già raccolto da investitori istituzionali o incubatori il 5 per cento.